Vivere tra gli Hamer

Il villaggio hamer di Arna

Verso il confine nord-est con l'Africa centrale si trova una nazione, più di ogni altra legata alla storia ancestrale dell'uomo: l'Etiopia. A sud-ovest del paese scorre il fiume Omo, lungo le cui sponde sopravvivono al tempo civiltà lontane, fedeli testimoni e depositarie della nostra storia più antica. In questa valle c'è un paese, Turmi, nella cui area sono sparpagliati, tra il verde intenso della vegetazione e la polvere rossa della terra, i villaggi del popolo Hamer.
Proprio lì, nel posto più impensabile della mappa, dopo tanti viaggi tra l'Africa, il Medio Oriente e l'Asia centrale, ho trovato persone così semplici da rivelarsi custodi della più autentica e genuina natura umana.
Non posso dire che si tratti di una semplicità povera, né ingenua, quanto di una essenzialità spontanea e, proprio per questo motivo, più vera. Ogni gesto assume un significato, ogni parola un peso, ogni silenzio occupa uno spazio. Nulla è superfluo e nulla è artificiale, mentre la vita scorre con una linearità non banale e ricca di una profondità che non ha bisogno di vestirsi di apparenza.

Camminando tra i villaggi, si ha la sensazione di essere entrati in una dimensione umana che non è passata, ma semplicemente ha scelto di non cambiare. I bambini si muovono liberi, senza sorveglianza costante, con una consapevolezza naturale del mondo che li circonda ed un profondo rispetto verso ogni cosa. Gli adulti lavorano, parlano, osservano, senza fretta e senza distrazione. Non c’è ansia di dimostrare, né bisogno di apparire: c’è solo l’essere parte della stessa realtà.
Ho così compreso come ciò che chiamiamo “progresso” sia, spesso, confuso da una moltitudine di elementi accessori. Una stratificazione necessaria e vantaggiosa che abbiamo costruito nel tempo per organizzarci, migliorarci, proteggerci ma anche, inevitabilmente, per allontanarci da qualcosa di originario.
In quella valle, invece, quell’origine è ancora visibile; non come un reperto archeologico, ma come una presenza viva: è nei volti segnati ma sereni, negli sguardi fieri, nella capacità di stare dentro il presente senza cercare continuamente altrove.
Tra quelle persone non si è mai giudicati e questo conduce paradossalmente ad un profondo verdetto. Gli abiti, che per noi sono indice di status sociale, lì sono solo pezze di tessuto utili; i profili social, che ormai sanciscono la nostra presenza nella realtà virtuale che ci assorbe, lì non esistono; le ambizioni e la popolarità, che ci assillano quotidianamente, lì sono superflue. Spogliati di tutto ciò, ci si trova messi a nudo delle sovrastrutture occidentali e in poco tempo rintocca la domanda: chi sono veramente?

Trovarsi a Turmi significa, per un attimo, accorgersi di tutto questo e intuire una risposta. Significa riconoscere che, sepolto sotto tutto ciò che abbiamo costruito, ruoli, aspirazioni, vincoli sociali, complessità, esiste ancora una forma essenziale dell’umano, che non brama di essere recuperata con nostalgia, ma compresa con lucidità e rispetto. Solo accettandola potremo davvero capire chi siamo diventati e, forse, scegliere con maggiore consapevolezza chi vogliamo essere e come esistere.

Pare che l’essere umano sia nato in Etiopia e, per quello che ho visto, sembra davvero che da lì, nella sua forma più autentica, non se ne sia mai andato.

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Pare che l’essere umano sia nato in Etiopia e, per quello che ho visto, sembra davvero che da lì, nella sua forma più autentica, non se ne sia mai andato.